Spesso si confonde il “fare arte” con il dipingere una tela bianca, ma dietro al gioco dei colori c’è la sapienza, a ritroso nel tempo, di capire la Terra: osservare la Natura e percepirne il respiro.
Fare Arte significa avere coraggio di esprimere la propria sensibilità, anche con il rischio di non essere compresi, di essere rifiutati e sbeffeggiati; succede, è accaduto ai pilastri della storia, accolti solo secoli dopo il loro passaggio.
L’Arte è il linguaggio di chi sta al centro, e allo stesso tempo ai margini, di un universo che va oltre il visibile; è libertà, è totale riaffermazione di sé in una prospettiva di dono corale, seppur in silenzio, nel deserto che, tuttavia, fa riappropriare di quello stesso sé l’individuo che crea.
Tutti siamo artisti, tutti siamo coinvolti nel processo creativo; in particolare, chi nega ogni velleità è da considerare il primo artista, colui che si pone quesiti, domande di senso: a cosa serve tutto ciò? Perché imbrattare fogli bianchi o scalpellare blocchi di marmo? A che scopo inventare nuove forme? E soprattutto, perché studiare ARTE?
Sfida ancora più ardua è giustificare agli adolescenti della Gen Z (di tutti i tempi, in realtà) la rivoluzione dell’Arte; renderli sensibili concretamente alla lettura del mondo attraverso il filtro degli sguardi che hanno mosso mente e mani degli artefici dei capolavori di cui sono gonfi i libri che appesantiscono i loro zaini, e che, ancor prima, affollano musei e pinacoteche di ogni paese del pianeta.
I docenti si arrovellano di frequente per trovare risposte, almeno plausibili e calate nella contemporaneità. Ruotare attorno ai canoni classici, al candido polveroso degli ordini vitruviani, al cangiantismo tardo rinascimentale, o alla pastosità aggressiva di certe anime inquiete dell’ultimo XIX secolo, e risultare credibili nel 2025, è quasi utopia (o folle desiderio di insegnare qualcosa); ma forse si sbaglia approccio.
Provocazione di senso, dunque, e di metodo.
Sperimentare la maieutica dell’insegnamento tradizionale, ribaltando il concetto di lezione teorica; carpire l’essenza delle cose dall’interno e tirarne fuori le sfumature più profonde, l’intimo monologo dell’autore di un dipinto o del progettista di un cantiere urbano, ed esternarlo ai futuri adulti di oggi, vuol dire anche smantellare le barriere dei pregiudizi e della comoda noia che la distanza “cattedra-discenti” costruisce nelle aule dall’aria formale, ormai un po’ desueta.
Accettare il dialogo, alimentare il confronto e sviluppare pareri leciti di “gusto”, opinioni critiche, nel rispetto della diversità; educare all’inconsueto è monito propedeutico e fondante del nostro lavoro.
Noi siamo formatori complici di pensieri autonomi, attraverso le immagini, tramite la ricostruzione di un immaginario che accompagna l’uomo dacché è stato originato; gli insegnanti attivano l’indipendenza, mediante lo studio e, se riescono ad attivare l’intelligenza emotiva dei loro studenti, diventano maestri migliori.
Il Prof. Giorgio Amadei, docente dei Licei dell’Opera, si batte costantemente, con spirito quasi donchisciottiano, per trasmettere il messaggio del “senso di fare Arte”. I meravigliosi progetti che allestisce coinvolgono – nel vero senso della parola – intere classi di ragazzi e altri colleghi, in ottica di trasversalità tra le materie, perché l’Arte, nel corso della sua storia, è stata protagonista, ingrediente costante, anche al di fuori di botteghe e atelier.
Multidisciplinarità, in senso verticale (con la compartecipazione di alunni liceali di varie età) e orizzontale, che bussa alle porte dei più piccoli, del Collegio Vescovile (e perché no, in un ipotetico filo d’Arianna, potrebbe ospitare altri membri della grande famiglia dell’Opera).
L’obiettivo è rendere significativa, ribadiamo, l’esperienza teorica di una sfera affascinante agli occhi di tutti, ma – ammettiamo pure – ritenuta accessoria, perché, in superficie, “non utile”.
What Art is for? …Sembrano gridare le frustrazioni di chi non ha colto quanto la speranza e la propaganda del lato migliore degli essere umani siano vitali tanto quanto pane e acqua.
L’Arte si occupa di tutto questo e tutto questo è narrato in prima persona dai nostri studenti, proprio a partire dai più refrattari, che hanno imparato a mettersi in gioco, ad affidarsi e a fidarsi, nonostante il salto nel vuoto che l’intuizione divergente richiede.
“Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista.”
Francesco d’Assisi